MADRID. – Migliorare le condizioni di vita nelle carceri italiani, senza però una misura che sia uno “svuota-carceri”, ma puntando piuttosto sul miglioramento della gestione del personale, a semplificare i procedimenti penali e rafforzare le strutture di reinserimento sociale, creando un sistema più efficiente e umano.
Il Senato ha dato il primo via libera alla conversione del decreto pensato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, che prevede tra le altre cose l’assunzione straordinaria di mille nuovi agenti della polizia penitenziaria, la semplificazione del procedimento per la liberazione anticipata e l’incremento del numero di colloqui telefonici per i detenuti, e che istituisce un elenco delle strutture residenziali idonee all’accoglienza e al reinserimento sociale dei detenuti.
Nella sintesi di Erika Stefani, senatrice della Lega, il decreto Carceri “è importante perché il grande principio che abbiamo nel nostro ordinamento è che la pena deve essere tendente alla rieducazione. E nelle carceri deve essere assicurata la dignità dell’uomo. Ma noi non vogliamo più che, nel dire che le carceri non sono dignitose, si creino alibi per le scarcerazioni. Niente liberazioni, niente sconti, un rigore nel rispetto di una pena comunque dignitosa”.
E per quanto riguarda il rinforzamento dell’organico della penitenziaria, “noi dobbiamo fare in modo che anche la polizia penitenziaria sia messa nella condizione di poter lavorare, di custodire queste carceri e di fare sì che il loro intervento vada proprio nell’ottica del rispetto dello stesso mondo carcerario”.
Secondo le opposizioni però il decreto non risolverà il problema del sovraffollamento, che sta producendo condizioni di vita insostenibile e un numero di suicidi che nel 2025 ha già toccato la tragica cifra di 67, tra detenuti e anche agenti: la senatrice di Avs Ilaria Cucchi ne ha letto tutti i nomi in aula (ma tra i 67 ci sono anche diversi “nomi sconosciuti”, soprattutto stranieri). Per Cucchi “non ci vorrebbe poi tanto a ridurre il sovraffollamento: basterebbe un po’ di buona volontà, perché una grossa percentuale è composta per esempio da detenuti tossicodipendenti che dovrebbero essere curati in strutture più adeguate, da detenuti affetti da problemi a volte anche gravi e di tipo psichiatrico che diventano un problema, un pericolo per se stessi e per gli altri e che anch’essi dovrebbero essere seguiti in strutture più adatte, e non lasciati lì costituendo poi un aggravio di energie anche da parte degli agenti di polizia penitenziaria che oltretutto non hanno nemmeno una formazione sufficiente, direi, per gestire ormai le situazioni ordinarie”.
Pensiamo poi “a chi è in carcere ancora in attesa di giudizio, pensiamo a chi vi è per i cosiddetti reati minori: già così, facendo un po’ di calcoli, direi che il problema sarebbe in parte risolto”.