Il giornalismo argentino celebra la sua giornata nel marasma dell’informazione nell’intero occidente

Una macchina fotografica in primo piano e dietro un cartello con la scritta in spagnolo: Non si uccide la verità assassinando i giornalisti". Reporter
Rsf: "L'odio dei politici contro giornalisti alimenta violenze"

Nella settimana della sua “Festa”, il giornalismo argentino fa un bilancio della crisi che segna in tutto l’Occidente l’industria dell’informazione. Un quadro socio-culturale drammatico per la democrazia.


Qualcuno a un certo punto ha ricordato Tacito: “Rari i tempi felici, in cui è consentito pensare ciò che si vuole e dire ciò che si pensa…”. Più attualizzato, un altro ha citato il sospetto di censura nelle improvvise e polemiche dimissioni della direttrice del Washington Post, Sally Buzbee, commentato dal New York Times come un “Rough patch…”. “Un periodaccio…”, ha tradotto Jorge Fontevecchia, direttore ed editore di Perfil, uno dei maggiori e più autorevoli quotidiani di Buenos Aires, che per il dia del periodista (la settimana scorsa, ma convegni e assemblee continuano) ha ospitato in redazione un centinaio di colleghi di diverse testate e d’ogni tendenza politica. La prima e per ora l’ultima donna alla testa del celeberrimo quotidiano della capitale degli Stati Uniti si è scontrata senza scuse con il proprietario Jeff Bezov (Amazon). “Ma anche noi, qui, abbiamo ben poco da festeggiare…”, ha aggiunto Fontevecchia.

Qualche giorno fa, il ministro della Giustizia del governo Milei ha denunciato alla magistratura penale due giornalisti per aver pubblicato illazioni. E quasi ogni giorno vengono registrate manifestazioni d’insofferenza nei confronti di operatori dell’informazione. “Senza che neppure s’avverta un vero e proprio scandalo: forse l’opinione pubblica si va abituando allo stile iperbolico del nostro Presidente. Il quale dice di volere un dialogo diretto con la gente, di non aver bisogno d’intermediari, che per la grande maggioranza sarebbero dei bugiardi, dei ricattatori…”, riepiloga Fontevecchia. E complimentandosi con l’anziano collega Josè Ignacio Lopez, celebrato decano della riunione, che fu anche stimato portavoce del presidente Raul Alfonsin, conclude senza eufemismi: “Mai, prima del ritorno alla democrazia, nel 1983, il giornalismo ha ricevuto tante numerose e gravi aggressioni da un governo in soli sei mesi”.

Il giornalismo argentino vanta numerosissimi professionisti di primordine, con una storia di presenza immediata e di grande forza creativa nella società civile. Ha interagito con l’intera cultura nello sviluppo del paese e nello specifico rapporto con i lettori grazie a testate anche graficamente d’avanguardia e nomi – per farne solo alcuni tra i più famosi – come quelli di Roberto Arlt, Rodolfo Walsh, Osvaldo Soriano poi consacrati dalla letteratura.

Oggi patisce le crudeli difficoltà di una economia nevrotizzata dall’inflazione e asfissiata dalla recessione. Oltre ai sommovimenti tellurici prodotti dall’inserimento furibondo delle nuove tecnologie, che fanno vacillare gli equilibri economico-professionali dell’informazione in tutto l’Occidente (per parlare di quello che abbiamo più alla vista).

Con Elon Musk (X media) e Mark Zuckerberg (META) decisi a vendere nudità e sesso (il primo), abbattere ogni difesa dell’utente (il secondo), pur di rastrellare altri miliardi di dollari dal mercato pubblicitario. Spazzare via ogni principio regolatore: “Monopolio può essere la parola più bella”, è l’ultima affermazione di Javier Milei.

Livio Zanotti     

 

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