“Vado. Voy a volver o me quedo”: dialogo con gli emiliano-romagnoli a Madrid

MADRID. – L’emigrazione italiana che, tra gli anni del 1980 e del 1990 era visibilmente diminuita, dal 2000 in poi, e soprattutto negli ultimi anni, è cresciuta ed interessa soprattutto i più giovani, ma non solo. Oggi al temine emigrazione si preferisce quello di mobilità, e per definire alcune categorie di persone si parla di expat piuttosto che di migranti. Al di là delle etichette che il più delle volte sottintendono a percezioni diverse di uno stesso fenomeno, resta il fatto che dall’Italia sono sempre di più i giovani, a volte intere famiglie con bambini, che decidono di cercare nuove opportunità di lavoro e di vita all’estero. Se all’origine delle emigrazioni storiche c’era il più delle volte una gravissima situazione economica, le ragioni che spingono oggi gli italiani a lasciare il proprio paese, sono molte e diverse.

Il fenomeno non interessa solo le regioni più povere, generalmente quelle del sud, ma anche quelle del nord più produttivo e persino quelle aree in cui il livello di vita è considerato tra i migliori. Tra queste l’Emilia Romagna, una regione che, sebbene attragga tantissimi giovani italiani, soprattutto del Sud, che vi si recano per studio o per lavoro, non riesce ad evitare che molti suoi corregionali cerchino all’estero nuove e migliori opportunità.

Uno dei paesi al quale gli italiani guardano con sempre maggiore interesse è la Spagna e in particolare le due città più grandi Madrid e Barcellona.

Per capire meglio il nuovo fenomeno migratorio, per scoprirne le varie sfaccettature senza cadere nella banalità delle generalizzazioni e dei luoghi comuni, la regione Emilia Romagna, attraverso un bando della Consulta degli emiliano romagnoli all’estero, ha dato il via ad una ricerca universitaria proposta dall’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia (UniMore) che ha come titolo “Vado. Voy a volver o me quedo” circoscritta in gran parte alla città di Madrid.

I docenti di UniMore Fabrizio Patriarca ed Eleonora Costantini insieme allo storico e ricercatore Fabio Calè hanno portato avanti un interessante studio che, come ci ha spiegato lo stesso Calè, unisce interviste ad emiliano romagnoli, ad esponenti di spicco della comunità italiana residenti a Madrid da molti anni, analisi di dati e una sezione speciale dedicata ai più giovani.

– Ci siamo concentrati soprattutto sugli ultimi 10, 15 anni – ci spiega Fabio Calè – Prima del 2000 erano pochissimi gli italiani che arrivavano a Madrid ma, dopo, il numero è andato crescendo e tra il 2012 e il 2015 le cifre si sono moltiplicate. Nella nostra ricerca è stato molto importante poter contare sul sostegno dell’Ambasciata che ci ha permesso di analizzare i dati dal 1990 ad oggi, dell’Associazione Emiliano Romagnoli che ha il contatto con il territorio e con i corregionali, della scuola italiana che ci ha dato la possibilità di arricchire la ricerca con i commenti dei più giovani. A loro è stato chiesto di elaborare un tema sulla relazione che ciascuno ha con l’Italia, non soltanto per ciò che apprendono a scuola o in casa, ma anche da altre fonti, cinema, musica, amici. Il risultato è stato sorprendente e, come in altre questioni, il narrato personale si discosta dalle percezioni generali e dai preconcetti-.

La ricerca si è anche avvalsa della collaborazione di docenti locali come la dott.ssa Claudia Finotelli, originaria dall’Emilia Romagna, che insegna nella facoltà di Scienze Politiche dell’Università Complutense e Michele Testoni, anch’egli emiliano romagnolo, che insegna nel dipartimento di Relazioni Internazionali della IE University.

 

Fabio Calè durante la conferenza.

 

Chiediamo a Fabio Calè di riassumerci gli aspetti più interessanti che emergono da questa ricerca che hanno presentato a Madrid, poi presenteranno a Modena e che, verso la fine dell’anno sarà pubblicata.    

– Come spiegavo la ricerca si basa su interviste personali ad emiliano romagnoli e a personaggi di spicco della comunità che ci hanno permesso di avere un quadro d’insieme, sui documenti ed informazioni che ci hanno fornito l’Ambasciata, la Camera di Commercio e il vicepreside della Scuola Italiana e sulla percezione, importantissima, degli studenti degli ultimi due anni di liceo. Detto questo, spesso l’analisi dei dati e dei documenti si discosta da ciò che emerge dalle interviste personali. Ovviamente va tenuto conto che molti non sono iscritti all’Aire, molti sono italo-latinoamericani e altri sono pensionati che però non incidono particolarmente sul numero degli italiani che vivono a Madrid in quanto generalmente preferiscono spostarsi nelle isole Canarie.

Fabio Calè ci spiega che lo ha sorpreso molto la risposta dei più giovani tra cui ha trovato ragazzi che sono emigrati recentemente insieme alle famiglie e quindi in piena adolescenza, altri che sono nati qui da famiglie italiane, da famiglie miste o interamente spagnole, altri ancora che sono figli di italo-latinoamericani o addirittura di famiglie dell’Est Europa che hanno vissuto alcuni anni in Italia e poi si sono spostate a Madrid. Gli chiediamo di spiegarci meglio quali sarebbero i luoghi comuni che sono caduti a seguito della lettura dei temi dei ragazzi.

 

– I ragazzi che sono emigrati in piena adolescenza sono quelli in cui è più evidente il trauma dello spostamento. D’altra parte, a quell’età è difficile perfino un cambio di scuola nella stessa città quindi possiamo immaginare cosa significhi un cambio di paese deciso, non per scelta propria, ma per volontà dei genitori. Per quanto riguarda gli altri, l’articolazione che emerge dai loro temi ha arricchito molto la nostra ricerca. Nonostante le diversità dovute all’esperienza di ciascuno ci sono linee comuni. C’è chi ribadisce la propria identità spagnola e chi mette in particolare rilievo la sua “appartenenza”, è questo il termine che spesso usano, alla cultura italiana. Questo senso di appartenenza emerge anche tra i ragazzi figli di coppie spagnole che si sono recati in Italia con la scuola, o con la famiglia. In alcuni casi ci sono famiglie spagnole i cui figli, da tre generazioni, studiano nella scuola italiana. C’è da sottolineare che la nostra scuola a Madrid, durante il franchismo, era considerata da molti un’oasi di libertà per la sua educazione democratica ed europeista. Il suo livello culturale è molto alto e quindi ancora oggi rappresenta un’ottima alternativa per molti giovani figli di spagnoli.

Altra sorpresa interessante è giunta dai ragazzi italo-latinoamericani. Al contrario di chi li descrive come persone che si sentono lontane dall’Italia e che chiedono il passaporto a fini strumentali, dai loro temi si percepisce un rapporto fortissimo con la cultura italiana come luogo di appartenenza, un rapporto personale che va al di là del ricordo del bisnonno che creò un circolo italiano autogestito in Equador o del bisnonno argentino che imparava il latino per mantenere le radici con l’Italia e mandava i figli alla scuola italiana.

 

Fabio Calè sottolinea l’interesse ad approfondire ulteriormente un altro elemento stimolante emerso da questi temi e cioè il fatto che per la maggioranza il riconoscersi nella cultura italiana, il concetto di appartenenza nazionale, viene identificato come una scelta di libertà e non come un obbligo, un’eredità o un dover essere e commenta:

– L’associazione di questi due concetti, appartenenza e libertà mi sembra molto bella e parla certamente del gran lavoro che svolge la scuola italiana. Viene anche a cadere un altro luogo comune e cioè l’iperglobalismo. Le radici, secondo quanto ci dicono i ragazzi, vengono apprezzate per quello che possono dare in termini di espressione della propria personalità.

 

– Parlavi anche di ragazzi provenienti da famiglie dell’est Europa.

– Non sono tantissimi ma la loro è un’esperienza interessante. In genere le loro famiglie hanno trascorso alcuni anni in Italia prima di venire in Spagna. Anche questi ragazzi rivendicano l’italianità in maniera forte e spesso si sentono più legati all’Italia che ai paesi di origine.

 

– Per quello che riguarda strettamente gli emiliano romagnoli quali sono gli aspetti più importanti emersi da questa ricerca?

– Anche in questo caso c’è uno scostamento tra la percezione esterna e ciò che si rileva dalle interviste personali. Sembrerebbe che quest’ultima ondata migratoria, al contrario di quella avvenuta negli anni dal 2000 al 2011, in cui c’era un sostanziale equilibrio tra chi arrivava con studi medi, di scuola superiore o di laurea, presenti una preminenza, seppur non schiacciante, di laureati. Allo stesso tempo chi vive in questo paese da molti anni la descrive come un’immigrazione meno preparata non soltanto dal punto di vista degli studi ma anche per quanto riguarda il progetto migratorio. Sembrerebbe che le persone, a volte famiglie intere, decidano di spostarsi pensando che in Spagna l’inserimento sia facile, che il rapporto culturale e linguistico sia più semplice. Ed invece, quando arrivano, si accorgono che non è proprio così. I dati però ci dicono che tra i nuovi immigrati c’è un alto numero di laureati che partono anche da regioni in cui c’è un buon livello di vita come la Lombardia o l’Emilia Romagna. Dagli incontri con i corregionali abbiamo visto che c’è una compresenza di vari fattori che nell’insieme costruiscono un quadro molto articolato. Forse un punto in comune si può segnalare con la presa di coscienza da parte di tutti della smentita dei luoghi comuni. Per esempio, quello della vicinanza, della fratellanza tra i due paesi. Comunque, non ne parlano in termini negativi perché nel quadro complessivo si considerano molto positive sia la capacità di adattamento soggettiva di chi arriva, sia, in particolare, la capacità della città di Madrid di assorbire ed integrare al meglio chi arriva da un altro paese.

 

– Tra le domande che avete fatto agli intervistati ce n’è una che chiede: quanto ti identifichi come italiano, come spagnolo, come emiliano romagnolo. Quali sono state le risposte?

– Anche in questo caso abbiamo avuto delle sorprese. Praticamente tutti si identificano come italiani ma soprattutto si sentono legati alle famiglie, agli affetti e al cibo. Lo stesso vale per l’identificazione con l’Emilia Romagna. Ma tutti si sentono anche profondamente madrileños. E, considerazione importante, nessuno sarebbe disposto a tornare in Italia. Molti si ripropongono di tornare all’età della pensione e comunque sempre nella città d’origine.

 

Foto ricordo con brindisi finale a conclusione della conferenza.

 

– L’Emilia Romagna è una regione che attrae moltissimi giovani soprattutto dal sud Italia ma continua anche ad essere una terra dalla quale i giovani vanno via. Perché?

– La risposta più comune è che in Spagna, sebbene non si guadagni di più, c’è meno precarietà, vale la meritocrazia e la qualità di vita è migliore. Ci sono giovani e anche coppie che sono prima partite per altri paesi del nord Europa e poi hanno deciso di venire in Spagna. Spesso sono coppie miste e preferiscono guadagnare meno ma avere un tenore di vita migliore e in questo caso scelgono Madrid e non una città italiana. Sarebbe interessante conoscere la realtà delle coppie miste che vivono in Italia.

 

– A volte, tra chi è arrivato recentemente per ragioni di lavoro, si percepisce quasi un rifiuto dell’Italia. Sentono rabbia, delusione. Lo avete percepito nel corso della vostra ricerca?

– Sì, c’è come sempre chi praticamente scompare perché si integra perfettamente e non sente la necessità di fare comunità e chi va via con grande amarezza e anche rancore. In genere tutti, dopo un po’ di anni sentono riaffiorare un bisogno di italianità. Comunque, in gran maggioranza nessuno è partito con l’idea di restare ma dopo un po’ nessuno vuole tornare.

Tra gli emiliano romagnoli intervistati nessuno è andato via per una stringente necessità, anzi sapevano che avrebbero trovato lavoro ma sapevano anche che sarebbe stato un lavoro precario. In Spagna, dopo tre mesi di lavoro, hanno il contratto indeterminato. E non esiste discriminazione tra spagnoli e stranieri. Accanto a queste ragioni ce ne sono anche altre molto interessanti. Uno degli intervistati ci ha parlato del concetto di paternità. Ci ha spiegato che qui sono previsti quattro mesi di congedo di paternità mentre in Italia solo quindici giorni e quindi il modo di essere padre, quello che ci si aspetta dal padre, specie in una coppia mista, ma non solo, è completamente diverso.

 

– Una delle ragioni che spingono molte persone a lasciare l’Italia per venire in Spagna è la consapevolezza che qui sono rispettati i diritti civili, in particolare quelli che riguardano la comunità LGBTQI+. Anche per le donne c’è una legislazione più femminista che combatte violenza e discriminazione.

– La questione dei diritti civili è emersa in molte interviste e non solo da parte dei diretti interessati ma anche delle altre persone che li considerano un fattore importante per la qualità della vita.

 

– Differenze tra uomini e donne?

– Per quanto riguarda le partenze la nostra analisi mostra che non ci sono scostamenti significativi in termini di genere. Le intervistate non sottolineano particolari differenze dal momento che vivono in Spagna e qui non le percepiscono. Tutte quelle con cui abbiamo parlato hanno storie di impegno professionale pienamente soddisfacente in campi diversi, molte hanno famiglia e figli.

 

– Fabio, tu vivi a Lisbona, quindi fai parte della schiera di chi ha lasciato l’Emilia Romagna per completare i tuoi studi di dottorato. Hai pubblicato il libro “Popolo in festa. Sessant’anni di feste dell’Unità” e ora ti stai occupando di questa ricerca. Hai vissuto a Madrid e ora sei a Lisbona. Qual è la tua storia? Tornerai in Italia?

Fabio Calè sorride e resta un po’ in silenzio. Passare da intervistatore a intervistato lo lascia un po’ perplesso e forse lo obbliga a dare risposte a domande che per ora preferirebbe allontanare.

– Sinceramente non so cosa farò. Ho deciso di frequentare il dottorato pur non essendo giovanissimo perché mi appassiona la ricerca che sto portando avanti. Si tratta di un’analisi comparata sul partito comunista in Italia, Spagna e Portogallo. Sono stato circa due anni a Madrid e ora sono a Lisbona. La prima volta che mi sono avvicinato agli italiani all’estero è stato grazie ad un lavoro che ho svolto durante cinque anni con il senatore Claudio Micheloni. È stata un’esperienza molto ricca. Precedentemente mi ero laureato in storia contemporanea con specializzazione sul fascismo come religione politica. Per ora sono immerso nella mia ricerca. Tra qualche anno, si vedrà.

Mariza Bafile