Il Perù ferito a morte, ma non vuole morire

(Foto di begreen da Pixabay)

I morti in 48 giorni sommano a 56, tutti manifestanti praticamente inermi assassinati dalla polizia nelle strade delle provincie meridionali; al momento il transito in gran parte del paese è ancora interrotto da 84 blocchi stradali; scontri di strada a Lima dove da 4 giorni è giunta la marcia di protesta per la feroce repressione contro i sostenitori di Pedro Castillo, il presidente della Repubblica destituito e incarcerato lo scorso 7 dicembre dal Parlamento.

In un dissennato atto di forza, egli aveva tentato di chiuderlo, accusando la sua maggioranza d’impedirgli di governare (un problema comune a tutti i governi riformisti, in un’Assemblea dilaniata da una quantità abnorme di partiti, gruppi e fazioni). Pur con le responsabilità che gli corrispondono, non è tuttavia lui ad aver precipitato il Perù nell’abisso dell’ingovernabilità, scavato in vent’anni di sfruttamento parassitario dello stato da parte dei gruppi di potere e dalla corruzione senza precedenti del ceto politico (6 capi di stato condannati a pesanti pene carcerarie, dei quali uno suicida per il disonore).

Nessun saccheggio nel corso della protesta: la maggioranza dei protagonisti è costituita da giovani quechua e aymara, e gli indios non rubano; ma un incendio con ogni probabilità provocato dalle salve di fumogeni esplose dalla polizia ha divorato un intero edificio di 5 piani in pieno centro della capitale.

Sono almeno ventimila, giunti dal Perù più misero e dimenticato (7 su dieci dei 35 milioni di peruviani vivono in profonda povertà). Chiedono le dimissioni della presidente Dina Baluarte, che da Vice e compagna politica di Castillo nel partito proto-marxista Perù Libre è passata a schierarsi con la destra, giungendo così a farsi eleggere al suo posto.

Negli scontri con i reparti anti-sommossa sono rimasti coinvolti le centinaia di studenti che hanno allestito accampamenti per i dimostranti nei campus delle 2 maggiori università di Lima, la San Marcos, e il Politecnico. Il caos non sembra destinato a esaurirsi presto, bensì ad estendersi anche al Nord..

E’ scoppiato giovedi scorso, nel giorno stesso dell’anniversario della capitale più antica del Sudamerica, inaugurata il 19 gennaio di 488 anni fa. Ma nel solenne Te Deum celebrato nella Cattedrale, riunendo le maggiori autorità civili ed ecclesiastiche del paese, la sua causa non ha trovato voce. Solo qualche indiretto riferimento al bisogno di legalità e ordine: quasi un sentimento schizofrenico stante la situazione che si preparava nelle strade. Con l’inevitabile tensione provocata dai 12mila agenti dei reparti speciali che già presidiavano il centro storico.

E il benvenuto con cui il rettore del Politecnico, Pablo Lopez-Chau accoglieva le avanguardie della marcia: “Questa casa è la vostra casa. Rispettatela, proteggetela. Organizzatevi, preoccupatevi della sicurezza, attenzione alle provocazioni…”. Il ringraziamento di un esponente quechua ne ha dichiarato le intenzioni: “Siamo gli ultimi, dopo essere stati i primi 500 anni fa… Ma siamo arrivati a Lima e non ce ne andremo tanto presto…”. La violenta evacuazione dei campus all’alba di oggi, con l’appoggio di autoblindo ed elicotteri, non ha certo disteso gli animi. Non si conosce neppure il numero degli arrestati.

La presidente Boluarte (che voci insistenti dicono sul punto di volersi dimettere, impedita solo dalle insistenze del primo ministro, Alberto Otarola, un conservatore al momento il vero dominus del governo) starebbe tentando una mediazione. Già fallita, a giudicare dagli ultimi avvenimenti. Che ricordano a tutti l’occupazione militare dell’università San Marco ordinata dall’allora presidente Alberto Fujimori (successivamente condannato e a tutt’oggi detenuto a lunga carcerazione per numerosi e gravissimi reati) nel maggio del 1991.

Le cancellerie del continente sono in allarme da Buenos Aires a Washington. Amnesty International denuncia le violenze su persone inermi. L’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) si è convocata, ma i suoi tempi non sono rapidi. Il Perù rischia l’implosione istituzionale (se non vi è già dentro): l’ormai marcia questione sociale, la lotta contro ineguaglianze compresse da una casta incapace di aprirsi a una via di sviluppo condiviso sfocerebbe nelle piazze.

Livio Zanotti