La pista d’atterraggio

Aprendo strade nell'Amazzonia venezuelana.
Aprendo strade nell'Amazzonia venezuelana.

– Guardate quell’elicottero! – grida Amedeo agitato mentre la pioggia infuria nella boscaglia dove i macchinari continuano a scavare un tunnel senza sosta. – Gira intorno a se stesso e non sembra nemmeno normale il rumore di quei motori che emanano scintille come le fiamme di una torcia quando il vento non soffia sufficientemente forte da riuscire a spegnerle!

È il mese d’ottobre di un anno elettorale, periodo di abbondanza in cui il paese vive il suo massimo splendore. Ovunque ruggiscono i trattori, stridono le gru, che quasi toccano il cielo, e gli operai in fila, come formiconi bachacos[1], caricano barre di acciaio, cemento o mattoni forati. Se non fosse per il sole inclemente che arde come il fuoco, o per la vegetazione cangiante tipica del tropico che da un giorno all’altro si veste di colori differenti, nessuno penserebbe che quel formicaio umano si forma nelle terre di Bolívar. Perché lì, in quei cantieri, le parole per impartire gli ordini, e quelle per eseguirli, non hanno nulla a che vedere con la lingua della nuova patria, ma sono un miscuglio di dialetti dell’Italia amata lasciata con dolore.

Anche Amedeo è italiano. Abruzzese, per giunta. Arriva ancora giovincello, portato da un fratello il quale, dapprima, con un modesto camioncino si guadagnava la vita trasportando pietre. Il sudore scorreva dalla sua fronte, notte e giorno, come l’acqua quando fluisce dal bulbo della doccia e impedisce di aprire gli occhi perché cade abbondante sulla testa e su tutto il corpo. È così che, nel giro di poco tempo, si moltiplicano i veicoli e i macchinari come i pani di Cristo nel deserto, e l’uomo, da modesto lavoratore, diventa un prospero imprenditore. Il destino crudele, però, lo vuole in cielo quando non sembrava ancora giunta l’ora, così, il fratello minore prende le redini con cotanta veemenza che se il primo ambiva toccar le stelle, questi si ostina a voler parlare con Dio. Non si dimentica mai, però, di quel fratello che ebbe l’ardire di avviare l’impero; tappezza con le sue foto le pareti degli uffici dell’azienda e costruisce per sé una casa sulla cima della collina di fronte al cimitero. Da lì, ogni mattina, al risveglio, osserva con il binocolo se il fioraio ha depositato le dodici rose fresche sulla tomba dell’amato fratello che di sicuro riposa in pace, come in pace staranno sempre coloro che persistono nella memoria degli uomini per aver compiuto grandi opere.

In quel mese di ottobre, stagione di piogge, si alternano i raggi ardenti del sole tropicale con gli acquazzoni intensi impossibili da sopportare persino sotto i teloni dei tetti degli scavatori e delle pale meccaniche che asportano la terra. Perciò, quel giorno, sono tutti al riparo dall’acqua abbondante, che cade dal cielo come una cascata di proporzioni enormi, nel capannone adibito a mensa per gli operai. Sono attimi di riposo forzato che dovranno essere recuperati con straordinari oltre le ore convenute nei contratti di lavoro. Non per l’inclemenza del padrone che tende sempre a spremere il sudore altrui come si fa con un panno appena lavato prima di stenderlo ad asciugare al sole. Ma per la minaccia del funzionario del governo di non pagare l’opera, e di multare il costruttore, se non si consegna per l’inaugurazione prima di dicembre, mese in cui avverranno le elezioni. Amedeo chiacchiera con i suoi operai nel rifugio del più e del meno, mentre guarda il cielo preoccupato per la pioggia che non cessa. È per questo che si accorge che un elicottero si trova in difficoltà, e grida affinché tutti lo vedano, e non gli si dica poi che era solo frutto della sua allucinazione.

– Sì. Guardate. Sta cadendo! – ripete con la stessa preoccupazione un signore anziano che dalla pelle curata e dal baffo ben pettinato s’intuisce che deve essere un ingegnere progettista di quell’opera. – Bisogna fare qualcosa prima che capiti una disgrazia a loro nell’elicottero e anche a noi, inermi quaggiù in balia del destino che potrebbe riservarci un boccone amaro.

La questione è proprio questa, però. Cosa si può fare oltre ad avvisare i vigili del fuoco o le altre autorità di stato? Prima che arrivino in questa zona remota di difficile accesso, l’inevitabile sarà accaduto, lasciando un bel po’ di corpi sparsi sulla terra umida, mentre le loro anime ascenderanno in cielo in un velivolo sicuramente a prova di qualsiasi guasto.

– Per ora non abbiamo alternative: chiamate la polizia, i vigili del fuoco e il pronto soccorso – risuona una voce acuta che non è tra quelle note, non è di quelle che impartiscono i comandi quando per qualche motivo si blocca l’ingranaggio della catena, di solito sempre ben oleato. – Se l’elicottero continua a girare su se stesso è perché qualche disfunzione gli impedisce di proseguire il volo. Le eliche, come vedete, sono perfettamente funzionanti e neppure lo scoppiettio dei motori è tanto acuto da far presumere che si schianti a terra subito.

Al sentire quel commento spontaneo dalla bocca di qualche operaio spaventato, Amedeo, all’improvviso, come un automa che agisce senza riflettere su ciò che gli viene in mente, ma seguendo unicamente il proprio intuito, corre di qua e di là impartendo ordini perentori che nessuno si azzarda a contrariare:

– Giovanni, Nicola e Michele, salite sui trattori e cominciate a tracciare un circolo dal diametro di cinquanta metri o più. Tu, Fernando, vai con quindici uomini a tagliare gli alberi, a fil di suolo, che rimangono nel cerchio tracciato dai trattori. Qualcuno lanci per aria un razzo di bengala affinché il pilota capisca che stiamo quaggiù cercando di aiutarlo. Tutti gli altri si muniscano di pale, di picconi e di machetes per ripulire i cespugli, i rovi e gli arbusti sparsi dappertutto. Forza, muovetevi! Senza far domande!

Non c’è bisogno, in realtà, di chiedere il motivo di quel comando convulso. Tutti capiscono all’istante che si sta cercando di costruire una pista improvvisata affinché l’elicottero possa atterrare molto vicino al capannone. L’unico fatto negativo di questa faccenda è che, sotto gli alberi che cadono come soldati morti in un campo di battaglia, rimangono intrappolati tra i rami centinaia di uccelli dal piumaggio strano, decine di scimmiette che schiamazzano come neonati in cerca delle mamme, e inoltre, scoiattoli schiacciati sotto il peso dei tronchi e qualche orsetto qua e là con chiazze di sangue sull’umida pelliccia. D’altronde, la storia è sempre la stessa: il più debole paga quando il più forte lotta per la propria sopravvivenza. Finalmente, dopo aver spinto con le pale meccaniche i tronchi fuori dal cerchio tracciato, di aver ripulito il terreno e livellato con il supporto di tutti gli uomini a disposizione, anche la mano divina interviene facendo che la pioggia cessi, nel frattempo che le nuvole si aprono per lasciar filtrare i primi timidi raggi di un sole un po’ svogliato. Approfitta, così, l’elicottero per scendere lentamente come una trottola quando perde forza dopo aver girato allegramente sul suo chiodo in un pavimento solido.

– Non è possibile! – esclamano all’unisono, con Amedeo in primis stupito più di tutti, quando dal portellone escono due guardie del corpo seguiti da un uomo, indubbiamente spaventato, che, però, mantiene il contegno e stringe ancora la pipa tra le mani, palesemente bruciate per il recente attentato.

– Grazie, ragazzi – dice finalmente il personaggio, abbracciando ad uno ad uno quegli operai sporchi di fango e zuppi di sudore. – Ci avete salvato la vita e non è poca cosa. Venivo a ispezionare personalmente i lavori nella zona quando è infuriata la tempesta ed ha danneggiato il sistema d’avvio dell’apparecchio.

– Signor Presidente – risponde Amedeo a nome di tutti. – La solidarietà con la gente in pericolo non ammette discriminazioni. In ogni caso, mi permetta di dirle, che trattandosi di lei, ci sentiamo ancora più onorati per il salvataggio avvenuto senza contrattempi.

– Amico, lasciamo i convenevoli da parte – conclude don Rómulo[2] in procinto di salire su un’auto arrivata sul posto e scortata da una decina di mezzi di soccorso. – Permettimi solo che ti dica che benedico la tua presenza e quella dei tuoi paesani in questa nostra terra generosa che per la sua grandezza ha tanta necessità di persone laboriose come voi.

Così dice. E nient’altro. Volta le spalle per salire in macchina ma anche, forse, per non mostrare sotto le lenti spesse gli occhi gonfi di lacrime, che cominciavano a scorrere sulle sue massicce guance schizzate di fango.


[1] Il bachaco (si legga baciaco) è una grossa formica della specie tagliafoglie presente nella foresta pluviale amazzonica. Vivono in colonie e sono instancabili “operaie” che, in perfetta fila indiana, trasportano grandi quantità di vegetali, ed altre cose, nelle loro tane.

[2] Il personaggio è Rómulo Betancourt (Guatire [Venezuela], 22 febbraio 1908 – New York [USA], 28 settembre 1981), presidente costituzionale della Repubblica del Venezuela dal 1959 al 1964. È ricordato come il “padre della democrazia” perché durante il suo periodo presidenziale dovette affrontare gravi vicende per scongiurare vari tentativi di colpi di stato, e di attentati personali, per garantire la continuità democratica nel paese.

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